Mi chiamo Francesca, ho 34 anni e vivo nella splendida Toscana. Ho studiato filosofia e letteratura tedesca, laureandomi in Italia, poi continuando a studiare e a lavorare all'estero. La Germania è diventata la mia seconda terra, più spirituale che altro. E' scoppiata, proprio in quegli anni all'estero, la passione per la cucina, forse un po' come reazione alla cucina tedesca, un po' pesante, e per la nostalgia di casa. Ma non solo. In quegli anni ho potuto conoscere altre cucine e quindi anche altre culture, esperienze affascinanti che mi hanno segnato molto. Mi sono innamorata della cucina indiana e ho approfondito le mie conoscenze della cucina italiana: dovevo pur insegnare ai tedeschi come si fa un buon sugo al pomodoro (altro che ketchup...)!
La mia passione per la cucina è concentrata da sempre sui dessert, sui dolci, sulla pasticceria. Un motivo ci sarà....: dovevo sempre aiutare la mamma "a fare il dolce"! Così ho iniziato in cucina. Ma non mi fermo qui, perchè mi piace esplorare nuovi ingredienti e tecniche, rivisitare piatti di altre tradizioni gastronomiche.
Cucina, ma non solo! Negli ultimi anni ho studiato e lavorato, conoscendo un pò meglio il web (ma la strada è ancora lunga!). C'è un mezzo di comunicazione più ricco e democratico, pericoloso e semplice? Ed eccole unite, le mie due passioni: nel MIO blog.
Certo sono più cuoca che fotografa, ma la fotografia è fondamentale per raccontare una ricetta. La strada da fare è lunga, ma l'importante è incamminarsi!
Perché "The Black Fig"?
The Black Fig intreccia
ricordi, sapori e stagioni.
Il fico nero è un frutto
denso di ricordi. Un ricordo d'infanzia è un tetto bianco,
abbacinante sotto la luce del sole estivo. E' il tetto del mio
bisnonno pugliese, che usava seccare i fichi neri su quel tetto,
tagliati a metà con nel mezzo una foglia d'alloro, poi li riempiva
di mezzo gheriglio di noce. Il loro gusto inconfondibile era dato
proprio da quella foglia d'alloro.
Mio
nonno, suo genero, portava in Toscana un barattolo dei suoi fichi
ogni volta che lo andava a trovare e ne dava uno alle nipoti quando
andavano a trovare lui, nella sua cantina-falegnameria colma di
oggetti che mi incuriosivano all'eccesso. Erano fichi duri, da tenere
in bocca come una caramella che lentamente si scioglie e svela il suo
gusto.
E' il ricordo all'albero
del fico vicino al vecchio pozzo, nel giardino dove sono cresciuta,
piantato dall'altro bisnonno, quello toscano, intorno al quale giravo
alla ricerca di un frutto alla mia altezza (ma ero troppo bassa). Non
erano fichi grossi e rotondi, ma piuttosto smilzi, asciugati dal sole
eppure ancora polposi, di una polpa zuccherina e concentrata di chi
ha maturato a lungo sotto il sole.
Il fico nero è in cucina
un frutto versatile. Si associa all'estate, quando lo si gusta con
prosciutto crudo, un formaggio cremoso o in un dessert, ma anche
d'inverno, quando, secco, arricchisce i dolci e la tavola della
festa. Il sapore intenso e zuccherino del fico nero e il profumo
dell'albero di fico sono legati al caldo dell'estate italiana,
accompagnata dal fisso rumore delle cicale. Di cui mi ricordo
d'inverno, quando ne mangio uno essiccato. Sta per una cucina che
segue le stagioni, curiosa d'innovazione e che ama gli esperimenti
che rendono contemporanee le tradizioni.
Per me il fico appartiene
all'immagine dell'Italia rurale, quella assolata e un po' deserta, in
piena estate. E' l'albero che trovo ai bordi delle strade di campagna
e che offre un riparo ombroso dal sole ardente. Il profumo delle sue
foglie è uno dei profumi dell'estate.
Anche una considerazione
estetica. Il fico è un frutto semplice. Da fuori. E' un frutto semplice e schietto,
d'un viola quasi nero, liscio e forse un po' rugoso. Eppure, oltre la
buccia, svela una complessità che non ci si aspetterebbe, una polpa ricca di
colore e struttura. Uno dei motivi per cui nell'antichità era un simbolo per la
sensualità. Può essere anche da questo punto di vista una metafora per la cucina che ho in mente.
La mia cucina
Amo il cibo, non credo di
aver mai saltato volontariamente un pasto, anche nei periodi
peggiori. Mangiare è sempre stato un atto rassicurante e cucinare il
mio modo creativo d'esprimermi, che mi porta serenità.
Amo la varietà della
cucina povera, quella che parte da ingredienti semplici ma di grande
qualità e che, con fantasia e capacità, può arrivare a grandi piatti. Dopo
essere tornata in Italia dopo anni di vita all'estero, mi sono resa
conto di quanto sia facile, qui, trovare questi ingredienti e così poco
banale trovare, altrove, una solida cultura enogastronomica. Alla base di ogni piatto
sta la qualità degli ingredienti che lo compongono. Non si può fare
la pomarola con pomodori che non sanno di nulla.
L'enogastronomia è un
modo di viaggiare nel mondo, sia studiando e realizzando ricette
di altri paesi, con ingredienti e tecniche sconosciute, sia studiando
ciò con cui la gente accompagna i piatti, il vino su tutti.
Insomma, la strada è ancora lunga: e menomale! Sennò che gusto c'è?
Insomma, la strada è ancora lunga: e menomale! Sennò che gusto c'è?
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